Comune di Monte Urano (FM)

CINEMA D'ESSAI MESE DI NOVEMBRE

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gio 29 ott, 2015
CINEMA D'ESSAI MESE DI NOVEMBRE
il bamb

COMUNE di MONTE URANO A s s e s s o r a t o a l l a C u l t u r a
In collaborazione con MAXMAN COOP
Da oltre 10 anni con più di 260 film proiettati e circa 18.000 presenze …
una delle più importanti rassegne di Cinema d’Essai del Centro Italia
I MERCOLEDI D’ESSAI A L L’ A R L E C C H I N O
secondo ciclo dell’undicesima stagione: 2015 / 2016
4 – 11 – 18 – 25 NOVEMBRE

Mercoledì 4 novembre
IL BAMBINO CHE SCOPRI’IL MONDO di Alè Abreu (Brasile 2013 – 80’)
Un film difficile da dimenticare fatto di matite colorate, emozioni, collage, sensibilità e colori ad olio: ogni fotogramma seppur innervato da una vivida fantasia conserva costantemente un sentimento di adesione ai più profondi sentimenti umani. Non è solo un film per bambini, ogni età troverà proposte di riflessione: dalle vicende del viaggio alle questioni sociali come i diritti, il lavoro, l’ecologia senza togliere spazio alla speranza.


Mercoledì 11 novembre
THE LOBSTER di Yorgos Lanthimos (Grecia, Gran Bretagna, Irlanda, Olanda, Francia 2015 – 118’) PREMIO DELLA GIURIA AL FESTIVAL DI CANNES
Un film perfidamente divertente, inaspettatamente commovente, gratificante, grottesco ed inquietante. Satira della società e della coppia fissa … in un futuro molto prossimo.

Mercoledì 18 novembre
SE DIO VUOLE di Edoardo Falcone (Italia 2015 – 87’)
VINCITORE DEL DAVID DI DONATELLO FILM ESORDIENTE
Un esordio originale, dai dialoghi brillanti, realistici e a tratti poetici, capace di misurarsi con leggerezza e profondità con il tema del divino.
La commedia che aspettavamo e che rilancia il “nostro” far commedia … Un film divertente, spassoso con i giusti interpreti.

Mercoledì 25 novembre
KREUZWEG - LE STAZIONI DELLA FEDE di Dietrich Bruggemann (Germania 2014 – 107’)
Un film sulla complessità del mondo, che anche quando mostra la sua faccia più tragica non riesce ad evitare il ridicolo insito nella vita di ognuno. Il regista (afferma Bruggemann) non è un prete che evangelizza le proprie tesi ma un uomo che racconta storie con l’obiettivo di far riflettere lo spettatore.


Rassegna di cinema d’essai inserita nel circuito:
CINEMANIA - REGIONE MARCHE - AGIS – ANEC – AGISCUOLA - FICE
inizio spettacolo h. 21.30 PUNTUALI
ingresso unico 5,00 euro abbonamento ai QUATTRO film 12,00 euro
info: cinema arlecchino 0734-843140 ufficio cultura: 0734-848723
Cine-Teatro Comunale ARLECCHINO Monte Urano via Gioberti 14

PER SAPERNE DI PIU’ E LEGGERE LE RECENSIONI AI FILM:

IL BAMBINO CHE SCOPRI’ IL MONDO

Ogni singolo fotogramma viene innervato conservando un sentimento di adesione ai più profondi sentimenti dell'essere umano -
Giancarlo Zappoli
Un bambino vive con i suoi genitori in campagna e passa le giornate in compagnia di ciò che gli offre la natura che lo circonda: pesci, alberi, uccelli e nuvole, tutto diventa pretesto per un gioco e una risata, briglie sciolte alla fantasia. Ma un giorno il padre parte per la città in cerca di lavoro. E il bambino, a cui il genitore ha lasciato nel cuore la melodia indimenticabile che gli suonava sempre, mette in valigia una foto della sua famiglia e decide di seguirne le tracce. Si troverà in un mondo a lui completamente
ignoto, fatto di campi di cotone a perdita d'occhio, fabbriche cupe, porti immensi e città sovraffollate.
Affronterà imprevisti e pericoli per terra e per mare, crescerà, ma qualcosa di quel bambino che si tuffava in mezzo alle nuvole in lui rimarrà sempre. Ci sono film che fanno della loro indipendenza creativa da modalità visive date ormai per acquisite e richieste dal pubblico il loro punto di forza. Questo film di Abreu appartiene a questa, purtroppo, sempre più esigua schiera collocandosi in una posizione di assoluto prestigio. Le tecniche adottate sono molteplici: si va dalle matite colorate ai pastelli ad olio passando per il collage. Ma ciò che più conta è la fantasia con la quale
ogni singolo fotogramma viene innervato senza che questo si trasformi in una esibizione di ricerca estetica ma, anzi, conservando costantemente un sentimento di adesione ai più profondi sentimenti dell'essere umano.
Il bambino che scoprì il mondo non è 'solo' un film per bambini. E' un film per tutte le fasce di età perché ognuno può trovarci un livello di lettura della contemporaneità adeguato a sé e alla propria capacità di decodificazione. I più piccoli potranno seguire le vicende del piccolo protagonista nel suo viaggio alla ricerca del papà percependone i momenti allegri e quelli tristi, acquisendo però la sensazione dell'amore fondamentale dei genitori che a lui è stato trasmesso nonostante la forzata separazione e malgrado un mondo che non è fatto a misura d'uomo. Ai ragazzi più grandi vengono offerte progressive proposte di riflessione sul mondo del lavoro, sui diritti umani, sull'ecologia, sulla povertà e sulla necessità di non far prevalere il negativo, pur prendendo atto della sua esistenza, e cercando di combatterlo con la bellezza della musica e con la preservazione della Natura. Gli adulti si troveranno di fronte a una lettura della società
ricca di annotazioni anche dolorose senza però che venga tolto spazio alla speranza. Che si trova concentrata nel modo in cui il bambino ha vissuto l'amore dei genitori che è la forza che non lo abbandonerà mai , neppure nei momenti più difficili. Non è facile trasmettere concetti ed emozioni con così tanta sensibilità.
Questo film ci riesce e si merita il pubblico più ampio e diversificato possibile.


Da Cinematografo.it
Un bambino vive con i suoi genitori in campagna e passa le giornate in compagnia di ciò che gli offre la natura che lo circonda: pesci, alberi, uccelli e nuvole, tutto diventa pretesto per un gioco e una risata, briglie sciolte alla fantasia. Ma un giorno il padre parte per la città in cerca di lavoro. E il bambino, a cui il genitore ha lasciato nel cuore la melodia indimenticabile che gli suonava sempre, mette in valigia una foto della sua famiglia e decide di seguirne le tracce. Si troverà in un mondo a lui completamente ignoto, fatto di campi di cotone a perdita d'occhio, fabbriche cupe, porti immensi e città sovraffollate. Affronterà imprevisti e pericoli per terra e per mare, crescerà, ma qualcosa di quel bambino che si tuffava in mezzo alle nuvole in lui rimarrà sempre.



THE LOBSTER

Autore: Emiliano Morreale - Testata: L'espresso
In un futuro nerissimo, in un hotel i single hanno 45 giorni per trovare un partner. Se non ci riescono, vengono tramutati in animali: ma un uomo fugge e si unisce alla resistenza. Tipico film internazionale da festival, di nichilismo compiaciuto ed elegante messa in scena, con ricco cast di attori. Premio della giuria a Cannes.

Autore: Roberto Nepoti - Testata: la Repubblica

In un futuro non lontano tutti i celibi e le nubili sono confinati in un hotel di lusso, organizzato come una prigione, dove hanno 45 giorni di tempo per trovare l’anima gemella. Se non ci riusciranno saranno trasformati in un animale a scelta. Premio della Giuria a Cannes, The Lobster è uno strano racconto d’anticipazione apolide: regista greco e cast internazionale, non schiera l’ennesimo eroe del futuro ma un’umanità di gente infelice e depressa. Nella prima parte ti fai l’idea che la situazione somigli a tanti villaggi-vacanze solo spinta più in là. A metà il film prende un’altra direzione. David, il personaggio centrale, fugge nel bosco e si unisce a un gruppo di “resistenti”, i Solitari, per i quali l’obbligo è essere single. Al bando ogni ottimismo: se da una parte è contro la legge stare soli, dall’altra si punisce chi osa innamorarsi. Frattanto cambia il tono della narrazione, facendo venire in mente certi film di Godard o il Truffaut di Fahrenheit 451 .

Autore: Maurizio Porro - Testata: Il corriere della sera
(…) Ovidio a parte, è argomento quasi da Sinodo; la morale è che per entrare nella società urge omologarsi alle regole, sganciare una bomba sui propri sentimenti, atrofizzarli. Viene in mente Fahrenheit 451, ma l’hotel è cinque stelle di grottesco: un eccesso di metafora non sfocia né nella fiaba né nella denuncia. Resta un punto di domanda in filigrana.

Autore: Alessandra Levantesi Kezich - Testata: La Stampa
Nella società vagamente futura prefigurata in The Lobster vige l’obbligo di vivere in coppia e chi resta solo è condannato a venir mutato in un animale a propria scelta. L’architetto Colin Farrell non ha dubbi: vorrebbe diventare aragosta a motivo della sua longevità e fertilità, ma è chiaro che per il greco Yorgos Lanthimos - al suo primo film di lingua inglese - quel crostaceo è un rimando al modello surrealista così connaturato alla sua vena di cineasta: come non pensare all’oggetto feticcio Telefono aragosta , concepito nel 1936 da Dalì? (…) La livida fotografia di Thimios Baratakis imprime una cupa atmosfera a questa disturbante black comedy, che con straniato umorismo ironizza sui mali attuali di un mondo affettivamente alienato, dove si cerca riparo alla solitudine navigando fra fasulli profili on line; e, tuttavia, lungi dal rimanere imbrigliato nei limiti della satira, il film vira poco a poco in tragedia romantica. Negli anni Lanthimos ha maturato un sicuro o stile di stampo buñueliano che, senza ricorrere ad artifici, sublima la realtà a livello di ambigua metafora, suggerendo insondabili pulsioni emozionali e sollevando dubbi piuttosto che proponendo risposte. La colonna sonora mescola efficacemente Shostakovich, Beethoven e ballate popolari: al centro di un ottimo cast, un Farrell imbolsito e dallo sguardo di dimessa follia nascosto dietro le lenti si produce in una delle sue migliori interpretazioni.


Autore: Guy Lodge - Testata: Variety
Il primo lungometraggio in lingua inglese di Yorgos Lanthimos 'è perfidamente divertente, inaspettatamente commovente satira della società e della coppia-fissa.

Autore: Leslie Felperin - Testata: Hollywood Reporter
Abbondantemente gratificante, ma spesso molto inquietante.

David (Colin Farrell) è rimasto solo come (e con) un cane. Secondo le leggi vigenti, deve essere trasferito in un lussuoso hotel dove avrà a disposizione 45 giorni di tempo per trovare una nuova compagna. Terminato quel lasso di tempo, sarà trasformato in un animale a sua scelta e lasciato libero a vagare nel bosco.
Questa è la (forte) premessa da cui muove The Lobster (l’aragosta), il nuovo atteso lavoro del regista greco Yorgos Lanthimos (già apprezzato per Kinetta, Dogtooth e Alps), qui al primo film girato in lingua inglese e interpretato da un cast internazionale (oltre all’imbolsito Farrell, troviamo Ben Wishaw, John C. Reilly, Rachel Weisz, Léa Seydoux e Olivia Colman), premiato per la sceneggiatura allo scorso Festival di Cannes.
Nuovamente attratto dalle esasperazioni dei giorni nostri (in Alps era raccontata la storia di un gruppo di attori che – dietro compenso – “interpretava” l’esistenza di chi non c’era più…), Lanthimos questa volta ci conduce in un futuro molto prossimo, naturalmente distopico, in cui rimanere single è vietato e dove, al tempo stesso, è proibito stabilire relazioni sentimentali una volta che di decide di unirsi ai “solitari”, nutrito gruppo di persone che vive nel bosco e che, ciciclamente, deve fare in modo di non essere catturato dalle squadre di “cacciatori” provenienti dall’Hotel.
L’idea, come detto, è davvero suggestiva e, soprattutto, sopravvive con entusiasmo nella prima parte del film, quella che il regista riesce a gestire meglio, spaziando abilmente tra dark comedy e grottesco. Già in questa fase, però, inizia a manifestarsi il problema che accompagnerà poi, con forza sempre più crescente, il lavoro di Lanthimos, troppo innamorato di se stesso da non accorgersi che messa in scena, ralenti e sviolinate avanguardiste à la Bartók finiranno per avere la meglio sullo sviluppo del racconto. Che da metà film in poi diventa prevedibile, e noioso. A dispetto di uno spunto sul quale, tutto sommato, si potrebbe anche tornare a ragionare per creare un’interessante serie tv. Ora come ora, però,The Lobster somiglia solamente ad una puntata lunga (ed estenuante) di Black Mirror.


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Nell'universo grottesco e paradossale di Lanthimos la violenza psicologica della società
diventa reale
Gabriele Niola

In un futuro prossimo e immaginario essere single oltre una certa età è vietato, pena l'arresto e la deportazione in un grande hotel nel quale si è obbligati a trovare l'anima gemella in 45 giorni di tempo, tra punizioni e questionari assurdi. Uomini d'affari, professionisti, donne in carriera e individui meno realizzati tutti insieme sono costretti a cercare un affiatamento possibile perchè se non dovessero trovarlo nel mese e mezzo a disposizione saranno trasformati in un animale a loro scelta.
Appena fuori dall'hotel c'è un bosco dove si trovano i ribelli, individui fuggiti dall'hotel che vivono liberi e single a cui non è concesso di stare con nessuno. Il protagonista passerà primanel grande hotel senza trovare quell'amore obbligatorio che troverà in mezzo ai ribelli, là dove non è consentito.
Cosa succederebbe se potessimo andare in deroga ad alcune fondamentali regole sociali? Quante delle strutture, delle convenzioni e delle ipocrisie che il vivere in una società ci impone rimarrebbero tali e quanto invece potremmo sviluppare forme d'interazione nuove? Yorgos Lanthimos sembra chiederselo in ognuno dei suoi film e la risposta che si dà oscilla costantemente tra il pessimistico e il grottesco: non molto cambierebbe, nemmeno una revisione degli assunti di base può salvare l'uomo da se stesso. La famiglia di Dogtooth che cresce i figli lontano da tutto e tutti, mentendogli costantemente per creare una bolla intorno a loro, come il nucleo di attori che impersonano i cari estinti deiloro clienti in Alps non sono troppo lontani da questi single che hanno passato i quarant'anni, sono soli e hanno effettivamente poco tempo davanti a sè per trovare qualcuno prima di regredire allo stato animale.
Dunque c'è di nuovo un mondo a parte, ai confini della società reale (che non vediamo
praticamente mai), uno in cui le persone non si comportano più come ci aspetteremmo perchè qualcuno li ha costretti a privarsi di alcune nozioni fondamentali. In questa maniera TheLobster rende esplicito il dilemma di chi, nel mondo occidentale, ritrovandosi "scoppiato" oltre una certa età sente di avere poco tempo e ha la percezione di dover correre per rimettersi in pari con il modello imperante, con ciò che tutti gli altri si aspettano da lui.
Attraverso la struttura di un film di fantascienza (da una parte c'è una tirannia che impone ritmi di vita alienanti e punizioni esemplari, dall'altra un gruppo di ribelli che vive nei boschi) The Lobster racconta con una metafora a maglie larghissime la maniera in cui la ricerca di una persona  con cui vivere oltre una certa età passi attraverso riti comuni, strutture predisposte ad hoc, incontri programmati e una serie di "regole" che danno la misura dell'affiatamento. I grotteschi interessi in comune che il protagonista condivide con quelle che, di volta in volta, possono essere sue possibili amanti, la scansione degli incontri, il rituale dell'accoppiamento grottesco e l'odio condiviso per chi sembra meno in grado di riuscire ad accoppiarsi, appaiono stavolta come una versione pompata e incattivita delle reali dinamiche sociali. Anche la violenza onnipresente, spietata, brutale e insensibile sembra una versione concreta di quella più sottile
violenza psicologica operata dal condizionamento sociale. Nel cinema stralunato di Lanthimos, spesso così intricato, denso e convulso da essere  difficilmente penetrabile, le domande sono sempre le migliori e più giuste da porsi oggi ma gli obiettivi da colpire sono sempre molti e sotto l'ombrello di questa paradossale ricerca di un'anima gemella per non diventare un animale sembrano rientrare diverse altre idee, nessuna delle quali però davvero centrata quanto la principale. Non è difficile leggere nel film anche una certa sfiducia  nell'organizzazione sociale contemporanea o una rappresentazione della mercificazione dei sentimenti da parte di tutte le istituzioni che si propongono come coagulanti nella ricerca di un altro individuo da amare, ma forse, proprio nel grande affresco, nella molteplicità di letture e nel  desiderio di realizzare un film dai molti livelli di lettura, il film fallisce.
Influisce inoltre ben poco il fatto che stavolta il regista greco abbia a disposizione un cast internazionale di nomi noti. Lo stile distante, asettico e impenetrabile della recitazione rimane infatti lo stesso di sempre, semmai è il senso di sfasamento metacinematografico dato dalla presenza di volti commerciali in un'impresa così distante dallo stile più immediato e comprensibile a creare un piccolo salto di senso, confermando l'idea alla base del film, quella di un mondo parallelo in cui ciò che conosciamo non agisce o reagisce come penseremmo.



SE DIO VUOLE

Autore: Paolo D'Agostini - Testata: la Repubblica
Marco Giallini è un affermato cardiochirurgo, razionale e ateo. Deluso tanto dalla moglie Laura Morante che da giovane pasionaria è diventata una signora depressa, quanto dalla figlia maggiore Ilaria Spada che ritiene semplicemente cretina, le sue aspettative si concentrano sul secondogenito Enrico Oetiker fino al giorno in cui il ragazzo confessa alla famiglia riunita di aver incontrato la vocazione grazie all’eccentrico prete Alessandro Gassman. È davvero troppo per il cardiochirurgo. Di qui l’avventura della dissuasione che naturalmente prenderà strade diverse dal previsto. Elaborazione non priva di originalità della scuola italiana di commedia, contiene l’energica volontà di liberarsi del birignao commediarolo. E il personaggio del prete offre a Gassmann un bel palcoscenico per perseguire l’obiettivo. Dietro le quinte c’è la convergenza tra il pool produttivo cui hanno dato vita Lorenzo Mieli e Mario Gianani, sempre più protagonisti della scena, e l’esperienza della neocommedia di Fausto Brizzi, Marco Martani, Massimiliano Bruno, di cui il debuttante regista Edoardo Falcone è un sodale.
Un pizzico di laicità, o dialettica, in più non sarebbe stato peccato mortale. Bravissimi comunque Gassman e Giallini.

Autore: Maurizio Acerbi - Testata: il Giornale
(…) Se Dio vuole è il film che aspettavamo, che rilancia il nostro saper far commedia, ben presente nel DNA italiano, ma tenuto a freno dalla scorciatoia più facile dello scopiazzare (e dalla cronica mancanza di idee). Non c’è niente che stoni in questa pellicola: Tutto fin troppo perfetto, quasi ci fosse stato quell’intervento divino che poi è al centro della trama. Bravo a Edoardo Falcone che non solo firma una delle sceneggiature più brillanti degli ultimi anni (con Marco Martani), ma la mette in scena, pur da regista debuttante, con il piglio della vecchia scuola dei Monicelli e dei Risi.

Autore: Alessandra Levantesi Kezich - Testata: La Stampa
… Laura Morante ben calata nel ruolo di frustrata moglie borghese; e Gassman e Giallini ben assortiti, umanamente accattivanti e dotati di giusti tempi comici.

Se Dio vuole
Lo sceneggiatore Edoardo Falcone esordisce alla regia: buone intenzioni, risultato modesto
9 aprile 2015
A Roma, oggi. Tommaso, cardiochirurgo di successo, è sposato con Carla, hanno due figli: Bianca, a sua volta maritata con Gianni, e Andrea, studente di medicina pronto a seguire le orme paterne. Un giorno però Andrea fa un annuncio imprevisto: dopo un periodo personale di incertezze e dubbi, ha deciso di entrare in seminario e diventare sacerdote. Tommaso, da sempre estraneo a qualunque punto di contatto con la religione, è colto di sorpresa dall’annuncio, non lo accetta come realtà, verifica che tutto è nato dalla frequentazione con don Pietro, esuberante parroco di periferia e progetta un piano preciso: sarà sufficiente evidenziare la vuota retorica dell’uomo, far emergere qualche magagna del passato e tutto potrà rientrare. Lo stratagemma sembra avere successo. Capita però che un giorno Andrea confida al padre di avere cambiato intenzione e questo in seguito ai suggerimenti del sacerdote. Tommaso sembra riacquistare serenità, ma è assiste attonito quando una macchina investe don Pietro sullo scooter con violenza. In ospedale, Tommaso conferma la gravità delle sue condizioni. Allora l’uomo si reca nel luogo dove don Pietro andava a pregare e lo ricorda in silenzio. Edoardo Falcone è autore negli ultimi anni di alcuni copioni di successo quali Nessuno mi può giudicare, Stai lontana da me, Un matrimonio da favola. Eccolo ora esordire nella regia con una sceneggiatura sua e di Marco Martani, Se Dio vuole. “Per un motivo principale: avere il controllo totale sul progetto e recuperare la commedia all’italiana classica non solo nei registi ma nella vivacità degli scrittori”. Non c’è dubbio che la lezione sia seguita con precisione e agilità.
Falcone è bravo a costruire tra i quattro personaggi principali una schermaglia dialettica che scivola in modo svelto e brillante tra equivoci, incomprensioni, sorprese, facce attonite, reazioni arrabbiate, sotterfugi inopinati.
Alla gestualità e ai tratti divertiti dei personaggi aderiscono bene Alessandro Gasmann (don Pietro), Marco Giallini (Tommaso), Laura Morante (Carla) oltre a coprotagonisti di sicura resa come Ilaria Spada, Edoardo Pesce, Enrico Oetiker.
Massimo Giraldi



Un esordio originale, dai dialoghi brillanti, realistici e a tratti
poetici, capace di misurarsi con leggerezza e profondità con il tema del divino
Paola Casella


Tommaso è cardiochirurgo di fama e uomo dalle certezze assolute. È sposato con Carla, casalinga e madre dei due figli Bianca, a sua volta sposata con Gianni, e Andrea. Proprio da Andrea parte la rivoluzione in famiglia, quando il ragazzo, promettente studente di medicina, annuncia di volersi fare prete. A ispirarlo sembra sia stato un certo Don Pietro, a metà fra il sacerdote e il santone: a Tommaso non resta che avvicinarlo sperando di scoprirne gli altarini per rivelarli ad Andrea e fargli
cambiare idea sul sacerdozio. Quella che potrebbe sembrare una premessa macchinosa e artificiale come tante ne abbiamo viste nel cinema italiano recente si rivela invece l'incipit di un'ottima commedia contemporanea che, senza fare il verso a nessuno (nemmeno alla gloriosa tradizione nazionale) trova il suo passo, il suo ritmo,
la sua identità senza mai sostituire il pretesto comico alla sottigliezza narrativa o la caratterizzazione superficiale alla costruzione di personaggi complessi, pur nella loro dimensione umoristica. Il passo è veloce, le svolte intelligenti (e brusche, come succede nella realtà, senza far finta che i personaggi sia troppo stupidi per capire ciò che loro accade). La storia si rivela via via più originale, i dialoghi brillanti, realistici e a tratti poetici, e i personaggi hanno diverse frecce al proprio arco (compresi "il pusillanime" Gianni, ben interpretato da Edoardo Pesce, e l'"oca" Bianca, che mostra ancora una volta il grande talento comico di Ilaria Spada). Ma è il duetto centrale fra Marco Giallini nei panni di Tommaso e Alessandro Gassman in quelli di Don Pietro a rendere irresistibile Se Dio vuole: Giallini fa da àncora alla storia utilizzando la sua dote
d'attore principale, ovvero la capacità di rimanere credibile attraverso le trasformazioni del suo personaggio, e Gassman si cimenta finalmente con un personaggio diverso dallo sbruffone ricco e arrogante cui il cinema italiano l'ha relegato di recente (vedi I nostri ragazzi e Il nome del figlio). Persino il product placement è discreto e pertinente, e invece dell'onnipresente voce fuori campo e della solita musica americana a palla a parlare sono gli eventi e i personaggi, e la chiusa musicale è lasciata a Francesco De Gregori. La marcia in più di Se Dio vuole è la capacità di misurarsi con leggerezza e profondità con il tema del divino (e della chiesa in quanto istituzione "più oscurantista della Storia", e della necessità di un sacerdozio attivo che sappia scendere in mezzo alla gente). Senza mai fare la predica, senza nemmeno mai prendere una posizione pro o contro Dio o la Chiesa, il film parla del bisogno di ognuno di noi di puntare a qualcosa di più alto di ciò che la realtà quotidiana ci offre, racconta ciò che manca ad ognuno di noi senza che nemmeno ce ne rendiamo conto, e come ognuno cerchi di riempire quel vuoto senza accorgersi che il modo migliore per farlo è imparare a guardare al di là
del proprio naso. Il film di esordio dello sceneggiatore Edoardo Falcone, coadiuvato alla scrittura da un Marco Martani finalmente stufo delle farse da telefonini bianchi, fa uscire di sala riconciliati con la commedia italiana di oggi, e speranzosi in un nuovo corso della scrittura d'autore comico che, senza snobismi e senza vezzi intellettuali, sappia parlare al pubblico, tutto.




LE STAZIONI DELLA FEDE

Uno dei più interessanti e ambigui percorsi di santificazione umana a metà tra religione
e ateismo
Gabriele Niola

Maria è una quattordicenne figlia di una famiglia devota alla Società di S. Pio XII, organizzazione religiosa ortodossa che rinnega le innovazioni del Concilio Vaticano II e rivendica una dimensione  stretta e oscurantista del cristianesimo. L'adolescente si trova quindi intrappolata tra le pulsioni della sua età, i corteggiamenti di alcuni ragazzi a scuola e i duri insegnamenti familiari che l'hanno convinta a mantenersi pura nel cuore per il signore. Serve a poco la presenza di una ragazza alla pari, anch'essa religiosa ma in maniera più ragionevole, Maria è convinta che i durissimi rimproveri della madre siano giusti e che il peccato sia ovunque, ad ogni angolo, in ogni parola, in ogni uomo. In armonia con tutto ciò ha infatti preso una decisione che non ha confessato ancora a nessuno. È scandito in diversi capitoli che hanno come titolo le diverse stazioni della via crucis (come indica il titolo) questo film tedesco di rara limipidità. Si tratta di una dichiarazione d'intenti immediata.Il cinema ci ha raccontato molto spesso percorsi di santità laica, cioè donne (meno di frequente uomini) che senza alcun interesse o spunto religioso decidono di intraprendere un percorso faticoso, immolandosi in maniere non diverse da quelle tipiche dei martiri poi diventati santi, in
una sorta di purificazione laica del proprio animo che è sempre contigua in maniera interessante a quella religiosa. Dietrich Brüggemann compie il percorso opposto e mostra apertamente quel brandello di vita della protagonista di cui si occupa il film come un vero e proprio percorso di santificazione religioso, con l'obiettivo dichiarato fin dalla caratterizzazione bigotta della famiglia di smontare tutto questo, salvo poi tirare un ultimo beffardo calcio nel finale. Station of the cross non lascia nulla intentato e sembra voler spiazzare lo spettatore ad ogni svolta (o ad ogni stazione) e, mentre lo conduce su un percorso di deduzione dei valori in campo abbastanza semplice (lo capiamo immediatamente, fin dalla prima stazione, chi è la vittima, chi il carnefice e chi l'aiutante), non rinuncia ad instillare dubbi e complicare la questione.Perchè se qualcosa ci dice sul cinema questo film colmo di insofferenza per la religione, è che
esso non deve essere come la fede, non deve vivere di dogmi e non deve convincere nessuno delle proprie tesi; il regista non è un prete che evangelizza le proprie tesi ma un uomo che racconta storie con l'obiettivo di mettere in crisi (quindi far riflettere lo spettatore).A tutto vantaggio e rispetto di Dietrich Brüggemann poi va il fatto che sebbene giri il suo Station of the cross in piccoli quadri (raramente le scene di ogni singola stazione contengono un montaggio che non sia interno), con una forma quindi austera, rispettosa delle rigide strutture rappresentate nel racconto nonchè inquadrata dentro un racconto che mette in scena l'immobilismo umano e l'unica forza (quella dell'ingenuità) in grado di scoperchiarne la violenza orrenda, riesce lo stesso a non rinunciare ad una forma peculiare di umorismo grottesco. Non rinuncia cioè alla
complessità del mondo che anche quando mostra la sua faccia più tragica non riesce ad evitare il ridicolo insito nella vita di ognuno.

"'Kreuzweg' è un ottimo film tedesco; duro, va a fondo senza scivolare nella didascalia, senza indugi negli ornamenti e compatto. Un film di protestante serietà." ('Libero', 15 febbraio 2014)

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